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Sostenere la dignità del lavoro

Restituire al lavoro la sua funzione etica. Noi non ci dimentichiamo dei principi fondamentali della Costituzione italiana. Articolo 4: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.  

Ridurre le tasse sul lavoro attraverso il taglio strutturale del cuneo fiscale e contributivo, a vantaggio di lavoratori e imprese. Razionalizzazione delle decine di diverse tipologie di agevolazioni di incentivo alle assunzioni attualmente esistenti e accorpamento delle stesse in poche efficaci misure. Maggiore utilizzo dei fondi europei per il sostegno all’occupazione dei soggetti deboli, a partire dal rafforzamento e dall’estensione a tutte le aree svantaggiate di “Decontribuzione Sud”, rendendola strutturale attraverso un negoziato con l’Unione europea. 

Progressiva introduzione di un meccanismo fiscale premiale per le aziende ad alta intensità di lavoro, secondo il principio “più assumi meno tasse paghi”. Già nell’immediato, introduzione di una super deduzione del costo del lavoro  per le imprese che incrementano l’occupazione rispetto agli anni precedenti. Ribadire il “diritto all’occupabilità”: chi vuole lavorare deve poterlo fare, anche nelle forme e nei tempi che reputa opportuni. Aiutare le imprese ad assumere, prevedendo strumenti flessibili ma che, allo stesso tempo, tutelino i lavoratori; rivedere le norme sul lavoro a tempo determinato contenute nel cosiddetto decreto Dignità; ampliare le possibilità di utilizzo dei voucher lavoro, soprattutto in ambito agricolo, turistico e del lavoro domestico, rafforzando tutti i meccanismi di contrasto a distorsioni e abusi. Promuovere la formazione e l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro: rilanciare, con adeguate tutele, gli strumenti del contratto di apprendistato e dei tirocini; dare effettivo avvio alla riforma degli Istituti Tecnici Superiori; potenziare il sistema dei corsi post diploma di inserimento lavorativo; promuovere la formazione nell’ambito delle discipline Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics), in modo da  favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e colmare l’attuale carenza di figure qualificate in tali materie. Riformare le politiche attive per il lavoro: riorganizzare e rafforzare il sistema dei servizi per l’impiego e gli altri strumenti, pubblici e privati, di intermediazione tra domanda e offerta; coinvolgere maggiormente il sistema dell’istruzione superiore e universitaria e delle imprese. 

Affiancare al sostegno economico dei sussidi di disoccupazione, efficaci interventi formativi e di riqualificazione professionale; riconoscere ai lavoratori il diritto alla formazione perpetua. Pieno utilizzo delle risorse europee destinabili alla formazione professionale e alle politiche attive del lavoro. Sicurezza sul lavoro: promuovere la sicurezza dei lavoratori con investimenti adeguati in attività di prevenzione e formazione; rivedere il Testo Unico degli Infortuni sul lavoro. Contrastare il lavoro povero e il divario retributivo di genere: ampliare l’applicazione dei Ccnl, garanzia di salario equo e di tutele; favorire la contrattazione di secondo livello e i contratti di prossimità; potenziare il welfare aziendale; lotta al lavoro irregolare; sostegno al lavoro femminile e superamento del gender pay gap attraverso misure che migliorino la trasparenza retributiva e l’istituzione di una autorità garante. Incentivare l’accordo volontario tra lavoratori e datori di lavoro per consentire l’anticipo di una quota dello stipendio mensile, in modo che i lavoratori che lo richiedano possano avere parte dello stipendio ogni 15 giorni.

 Dare nuovo impulso al mondo degli artigiani, del commercio di prossimità, dei servizi alla persona e delle partite Iva, che rappresentano un modello sociale ed economico unico in Europa, semplificando i sempre più complessi adempimenti ai quali sono sottoposti i lavoratori autonomi e garantendo loro le stesse tutele e lo stesso sostegno riconosciuti ai lavoratori dipendenti. Nessun obbligo per le piccole attività di accettare pagamenti elettronici. Lotta all’abusivismo commerciale e alla concorrenza sleale; obbligo di fideiussione, a garanzia del pagamento delle imposte, per i cittadini extra Ue che vogliono aprire un’attività commerciale o una Pmi in Italia. Eliminare il minimo contributivo Inps per artigiani e commercianti. Valorizzare e tutelare le categorie libero-professionali come capitale intellettuale d’Italia: semplificazione burocratica, sussidiarietà, legge per compenso equo e certo, maggiore tutela e protezione sociale.

FOCUS LAVORO

L’elevato carico fiscale sul lavoro costituisce uno dei principali ostacoli che frenano la creazione di nuova occupazione in Italia e la competitività sui mercati internazionali delle nostre imprese. Secondo il rapporto Taxing wages 2022 realizzato dall’OCSE, nel 2021 il cuneo fiscale e contributivo in Italia è stato del 46,5% (il riferimento è un lavoratore single con stipendio medio), il quinto più elevato tra i 36 Paesi che fanno parte dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, nonché il quinto in Europa (dopo Belgio 52,6%, Germania 48,1%, Austria 47,8%, Francia 47%).

È quindi necessario intervenire con un taglio netto e strutturale del cuneo fiscale e contributivo, in favore di lavoratori e imprese, con il duplice obiettivo di garantire retribuzioni più elevate, proteggendo in tal modo il potere d’acquisto delle famiglie eroso dalla crescente inflazione, e di alleggerire il carico fiscale che grava sul sistema produttivo italiano, dando respiro alle imprese e rendendole più competitive sui mercati internazionali, limitando in tal modo anche il fenomeno delle delocalizzazioni produttive.

Fratelli d’Italia propone che il taglio sia per due terzi a favore dei lavoratori e per un terzo a favore delle imprese, riducendo il cuneo fiscale e contributivo di almeno 5 punti percentuali per redditi da lavoro fino a 35mila euro, anche immaginando un intervento articolato in due step successivi.

Un’idea, questa, già presentata nel corso della discussione sulla riforma fiscale avvenuta in sede di approvazione della Legge di Bilancio 2022, quando, l’allora Governo Draghi, su pressione del Pd e del M5S, preferì optare per una revisione degli scaglioni e delle aliquote IRPEF dagli effetti limitati piuttosto che sul taglio del cuneo fiscale, destinandovi 7 degli 8 miliardi disponibili per l’avvio della riforma del fisco.

Per dare da subito un segnale chiaro alle imprese, Fratelli d’Italia intende favorire chi crea nuova occupazione mettendo in pratica il principio del “chi più assume meno paga” attraverso una super deduzione al 120% del maggior costo del lavoro per nuovi assunti per le imprese che incrementano l’occupazione in azienda rispetto agli anni precedenti, e in misura anche più elevata, sino al 150%, in caso di assunzione di soggetti non occupati da almeno dodici mesi, neomamme, over 60 e invalidi.

La misura introduce un meccanismo virtuoso che incentiva le aziende ad assumere, con i nuovi assunti che la “rifinanzieranno” attraverso l’imposta sui redditi oltre che immettendo risorse nell’economia reale attraverso i maggiori consumi.

Fratelli d’Italia ritiene necessario intervenire per eliminare il minimo contributivo INPS previsto per artigiani e commercianti, uniformando la disciplina pensionistica a quella prevista per i soggetti iscritti alla Gestione separata dell’INPS. Si tratta, infatti, di una disposizione immotivata, considerando che la quasi totalità dei soggetti ai quali si applica rientrano, ai fine pensionistici, nel sistema contributivo.

A tal proposito, abbiamo già presentato, nel corso della legislatura che volge al termine, una proposta di legge per intervenire proprio sul regime del cosiddetto “minimale di reddito”, ossia il livello minimo imponibile ai fini del versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali dovuti dagli artigiani e dagli esercenti attività commerciali, annualmente rideterminato dall’INPS. Un livello di reddito che costituisce l’imponibile sul quale queste categorie di lavoratori devono calcolare il corrispondente versamento dei contributi previdenziali, comunque dovuto anche nel caso in cui il reddito effettivo accertato ai fini fiscali e tributari si mantenga al di sotto di tale soglia.

Una proposta che sarà presentata nuovamente nella prossima legislatura.

Per lavoro occasionale si intende una prestazione professionale che può essere fornita da persone che desiderano intraprendere attività lavorative in modo sporadico e saltuario. In seguito all’abrogazione del sistema dei “buoni lavoro” (più comunemente noti come voucher), precedentemente utilizzato per retribuire questa particolare formula lavorativa, sono stati introdotti due strumenti per gestire il sistema PrestO (prestazione occasionale). Le due forme contrattuali adottate al posto dei vecchi buoni lavoro si differenziano in base alla categoria di utilizzatori che possono usufruirne: il Libretto Famiglia, utilizzabile solo da utilizzatori privati, e il Contratto di prestazione occasionale (Cpo, di fatto il vecchio voucher), utilizzabile da professionisti, lavoratori autonomi, imprese, associazioni, enti privati e, con delle limitazioni, anche dalle pubbliche amministrazioni.

L’attuale normativa prevede per il settore dell’agricoltura forti limitazioni all’uso dei Cpo. Le imprese agricole, infatti, possono ricorrervi solo per l’impiego di soggetti appartenenti alle seguenti categorie: titolari di pensione di vecchiaia o di invalidità, studenti di età inferiore a 25 anni, disoccupati o soggetti che hanno sottoscritto la Dichiarazione di Immediata Disponibilità al lavoro, percettori di prestazioni integrative del salario o di altre prestazioni di sostegno. Attualmente l’utilizzo dei Cpo presenta anche dei limiti economici molto stringenti: un lavoratore non può percepire più di 5mila euro l’anno per prestazioni occasionali e non più di 2.500 euro l’anno per quelle effettuate presso uno stesso datore di lavoro, mentre un datore di lavoro può ricorrere a più prestazioni di lavoro occasionale e a diversi prestatori, purché i compensi per le attività lavorative non superino i 5mila euro l’anno e i 2.500 euro per un singolo prestatore, salvo alcune eccezioni.

 

La nostra proposta comprende quindi l’estensione dei voucher nei settori turistico, agricolo e del lavoro domestico, considerato che oggi l’iter burocratico per assunzioni a tempo determinato, legate a particolari momenti, come la stagionalità o la raccolta, rappresenta un vero e proprio percorso ad ostacoli. Una complessità che può tradursi facilmente in un disincentivo per la regolarizzazione stessa dei prestatori d’opera, i quali, dovendo spesso lavorare per poco più di un mese, potrebbero essere assunti in nero o con contratti capestro. Per questo vogliamo:

 

  • ampliare la platea dei percettori nel settore agricolo, attualmente limitata, come detto, soltanto ad alcune categorie, e rimuovere le limitazioni temporali attualmente in vigore (durata massima della prestazione di 10 giorni per agricoltura e turismo);
  • prevedere fino a 280 ore di lavoro complessive spendibili da un lavoratore nel corso dell’anno (pari a 35 giorni di lavoro da 8 ore) per il medesimo utilizzatore per il settore turistico ed agricolo;
  • procedere ad una rilettura e valutazione degli attuali limiti economici tra prestatore e utilizzatore, sulla base delle esigenze che il mercato oggi potrebbe esprimere, in relazione agli impatti della crisi energetica e delle conseguenze del conflitto in Ucraina.

Gli Istituti Tecnici Superiori (ITS o  ITS Academy) sono scuole di eccellenza ad alta specializzazione tecnologica post diploma e costituiscono l’unico canale di formazione terziaria professionalizzante non universitaria attivo in Italia. Nascono per connettere esplicitamente il mondo del lavoro e quello della formazione, che, insieme, devono partecipare alla governance degli ITS stessi. Gli ITS garantiscono un tasso di occupabilità superiore all’80% ad un anno dal termine del percorso formativo, ma, nonostante ciò, gli studenti che frequentano questi percorsi sono ancora molto pochi.

Con la collaborazione delle Regioni è immediatamente necessario:

  • definire i decreti attuativi per dare effettivo avvio alla riforma degli Istituti Tecnici Superiori, ora ridenominati Accademie per l’Istruzione tecnica superiore (ITS Academy);
  • definire con certezza e tempestività la ripartizione delle risorse e le modalità di valutazione;
  • modificare la governance amministrativa del sistema;
  • definire e realizzare un piano di comunicazione e di orientamento rivolto a giovani, famiglie e istituti superiori.

Le vecchie politiche attive, pensate per interventi “in emergenza” funzionali ai processi di ricollocazione, si sono dimostrate inefficaci di fronte ad un mercato del lavoro che oggi è transizionale. Occorrono strumenti capaci di accompagnare la persona, e non solo chi è già dipendente, in tutte le transizioni: quella dalla formazione al lavoro, tra le diverse occupazioni, dal lavoro al non lavoro.

In luogo delle vecchie politiche passive e attive – intese come azioni diverse e separate, operate sempre in emergenza, a spese della collettività – si dovrebbe iniziare a  parlare di “politiche pro-attive”, ovvero soluzioni di accompagnamento nel mercato del lavoro costanti, rese possibili da un intervento tanto pubblico quanto privato.

Il primo tassello riguarda “il lavoro nella formazione”. Il lavoro può avere una funzione formativa ed educativa se correttamente guidato: assolutamente necessaria è quindi la diffusione dei tirocini curriculari nelle scuole e nelle università, il ritorno a una alternanza scuola lavoro (ora PCTO) più strutturata, l’affermazione dell’apprendistato duale (di primo e terzo livello). Lavoro in formazione che deve essere agevolato e allo stesso tempo adeguatamente tutelato al fine di evitare abusi nel suo utilizzo.

Il secondo passaggio attiene alla “formazione nel lavoro”: è il tempo di riconoscere un vero e proprio diritto alla formazione perpetua per ogni lavoratore, da realizzarsi mediante il “conto formazione” o “conto professionalità”: un fondo riconosciuto alla persona, annualmente rinnovato, da spendersi in attività di aggiornamento e riqualificazione, indipendentemente dal contratto collettivo applicato e dalla natura autonoma o dipendente dell’occupazione del singolo. Nella società della competenza la più effettiva garanzia di occupabilità della persona non è l’articolo 18, ma l’investimento in formazione e aggiornamento delle capacità.

Completa il quadro la dotazione per le transizioni “da lavoro a non lavoro”. Ciò si può fare garantendo ad ogni disoccupato o inoccupato un assegno liberamente spendibile per migliorare le proprie competenze, anche attraverso il sostegno professionale di facilitatori privati o pubblici (sistema dotale).

La definizione di nuove e più efficaci politiche attive per il lavoro passa ineludibilmente anche attraverso la riorganizzazione e il rafforzamento del Sistema dei servizi per l’impiego e degli altri strumenti di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro. Ciò presuppone un maggiore coinvolgimento del sistema dell’istruzione superiore e universitaria e delle imprese, anche al fine di ridurre il problema dello skill mismatch, ovvero del divario di competenze possedute dai lavoratori o dai soggetti in cerca di occupazione, in particolare i giovani, e quelle effettivamente richieste dalle aziende e dal mercato del lavoro. È necessario inoltre affiancare e legare in maniera sempre più stringente le politiche passive di sostegno alla partecipazione del beneficiario ad interventi formativi e di riqualificazione professionale.

Oltre che attraverso il taglio generalizzato del cuneo fiscale e contributivo, è necessario contrastare il cosiddetto “lavoro povero” anche attraverso interventi e strumenti legati alla contrattazione di secondo livello.

Un primo intervento è quello della detassazione dei premi di produttività, portando al 5% la vigente imposta sostitutiva dell’IRPEF, attualmente al 10%. Ciò comporta l’immediato aumento del salario netto dei lavoratori. È doveroso premiare il salario determinato da produttività, professionalità e scomodità (prestazioni notturne e nei fine settimana).

Inoltre, deve essere innalzata la soglia di esenzione da tassazione dei cosiddetti fringe benefit, riconosciuti dal datore di lavoro in favore dei propri dipendenti, portandola dall’attuale soglia di 258,23 euro fino a 2.000 euro.

Bisogna incentivare la contrattazione di prossimità: dare fiducia all’autonomia collettiva vuol dire non invadere le regole della libera contrattazione con atti legislativi. Il dumping contrattuale e il lavoro irregolare si possono contrastare potenziando gli strumenti già esistenti, in primis le ispezioni del lavoro mirate. Ancor più importante della moltiplicazione dei contratti di primo livello è il necessario incoraggiamento della contrattazione aziendale e, per le imprese più piccole, territoriale. Necessario anche riscoprire le potenzialità del contratto di prossimità regolato con l’articolo 8 del DL 138 del 2011, che riconosce alle imprese e ai sindacati sui territori la capacità di risposta ai bisogni emergenti del mercato del lavoro, anche derogando, con alcuni limiti, alle disposizioni legge e delle relative regolamentazioni dei contratti collettivi nazionali di lavoro.

A undici anni dall’introduzione della Contrattazione di prossimità, solo ora si ha coscienza della sua forza e originalità. Il ministero del Lavoro ha certificato il continuo ricorso a questo strumento che, lungi dall’essere diventato fonte di abusi, ha invece più volte permesso di preservare l’occupazione.

Parallelamente, è necessario prevedere l’adozione di politiche fiscali e contributive di maggior vantaggio per le imprese, al fine di incentivare la contrattazione di secondo livello e il potenziamento del welfare aziendale.